Jung: il viaggio verso ciò che siamo
Ci sono momenti nella vita in cui le risposte che abbiamo sempre utilizzato non sembrano più sufficienti.
Continuiamo a fare ciò che abbiamo sempre fatto, a interpretare il mondo attraverso le nostre convinzioni, a ricoprire i nostri ruoli, eppure qualcosa dentro di noi comincia a chiedere attenzione.
È come se, dietro la persona che conosciamo e che mostriamo agli altri, esistesse qualcosa di più profondo che attende di essere ascoltato.
È proprio in questo territorio che si muove il pensiero di Carl Gustav Jung (1875 - 1961), padre della psicologia analitica o psicologia del profondo.
Per Jung, la nostra vita psichica è molto più vasta di ciò di cui siamo consapevoli. La coscienza rappresenta soltanto una parte della nostra realtà interiore. Sotto la superficie esiste un mondo ricco di immagini, emozioni, ricordi, paure, desideri e simboli che, pur non essendo immediatamente accessibili alla nostra coscienza, continuano ad agire e a orientare il nostro modo di vivere.
Conoscere se stessi, allora, non significa soltanto comprendere ciò che pensiamo. Significa imparare ad ascoltare anche ciò che dentro di noi non ha ancora trovato parole.
Io e Sé: due centri della nostra esperienza
Al centro della coscienza Jung colloca l'Io.
È il nostro senso di identità, ciò attraverso cui diciamo “io”: io penso, io sento, io ricordo, io scelgo. È ciò che ci permette di riconoscerci come individui distinti e di orientarci nella realtà quotidiana. Ma l'Io, per quanto importante, non coincide con l'intera psiche.
Jung parla di un centro più ampio e profondo: il Sé.
Se l'Io rappresenta il centro della coscienza, il Sé rappresenta la totalità della psiche, comprendendo sia la coscienza sia l'inconscio.
Potremmo immaginarli come una piccola isola e un oceano.
L'Io è l'isola che possiamo vedere e sulla quale camminiamo ogni giorno. Il Sé è l'intero paesaggio, compreso ciò che si trova sotto la superficie dell'acqua e che ancora non conosciamo.
Da questa prospettiva, il compito della vita non è semplicemente rafforzare l'Io, ma permettere all'Io di entrare progressivamente in relazione con una realtà interiore più vasta.
L'inconscio personale e l'inconscio collettivo
Jung distingue nell'inconscio due grandi dimensioni.
La prima è l'inconscio personale.
È costituito da esperienze, ricordi, emozioni, desideri e contenuti che sono stati rimossi, dimenticati o semplicemente non sono mai diventati pienamente coscienti. È la parte della nostra storia personale che continua, in qualche modo, a vivere dentro di noi.
Un'emozione che non riconosciamo può continuare a influenzare le nostre scelte. Una paura apparentemente inspiegabile può avere una storia. Una reazione eccessiva di fronte a una situazione può indicarci che, dietro ciò che sta accadendo nel presente, si è attivato qualcosa di più antico.
Ma Jung compie un passo ulteriore.
Secondo la sua concezione, esiste anche un inconscio collettivo, una dimensione profonda della psiche che non deriva semplicemente dalla nostra esperienza individuale, ma appartiene alla comune esperienza umana.
È qui che incontriamo gli Archetipi.
Gli Archetipi: immagini antiche che abitano la psiche
Gli Archetipi sono immagini e strutture fondamentali attraverso le quali l'essere umano organizza e vive alcune esperienze universali.
La Madre, il Padre, il Bambino, l'Eroe, il Vecchio Saggio, Il Benefattore, il Mago, Il Sovrano, l’Ombra, il Viaggio, la Morte e la Rinascita sono alcune delle grandi immagini che ritornano continuamente nei sogni, nelle fiabe, nei miti, nelle religioni, nelle opere d'arte e nelle storie dell'umanità.
Non sono semplicemente personaggi o simboli da interpretare con un dizionario. Sono possibilità profonde dell'esperienza umana.
Per questo una fiaba antica può ancora parlarci. Un mito raccontato migliaia di anni fa può improvvisamente sembrare sorprendentemente vicino alla nostra vita. Un'immagine può suscitare dentro di noi una reazione che non sappiamo spiegare razionalmente.
È come se, attraverso il simbolo, qualcosa di antico e profondo della psiche riconoscesse se stesso.
Il simbolo non dà una risposta: apre una porta
Per Jung il simbolo ha una funzione particolare.
Non è semplicemente qualcosa che rappresenta qualcos'altro. È un'immagine capace di mettere in comunicazione la coscienza con ciò che ancora non conosciamo pienamente.
Per questo il simbolo non dovrebbe essere necessariamente “spiegato” troppo in fretta. Può essere ascoltato.
Un sogno, un'immagine, una fiaba, una parola che ritorna, una figura disegnata spontaneamente possono diventare una porta verso una parte di noi che non avevamo ancora incontrato.
Ed è proprio questo uno degli aspetti più affascinanti dell'approccio junghiano: non tutto ciò che è importante dentro di noi può essere raggiunto attraverso il ragionamento.
A volte occorre lasciare parlare le immagini.
Il processo di Individuazione
Tutto questo conduce a uno dei concetti centrali del pensiero di Jung: il processo di Individuazione.
Individuarsi non significa diventare egoisti, isolarsi dagli altri o costruire una versione “perfetta” di se stessi.
Significa diventare progressivamente ciò che siamo.
È un percorso attraverso il quale l'Io entra in relazione con le diverse parti della propria personalità, comprese quelle che preferirebbe non vedere.
In questo cammino possiamo incontrare la nostra Ombra: ciò che non riconosciamo come appartenente a noi, ciò che abbiamo rifiutato, represso o giudicato.
Possiamo incontrare aspetti della nostra personalità che abbiamo lasciato ai margini per adattarci alle aspettative familiari, sociali o culturali.
Possiamo scoprire che alcune delle nostre certezze sono diventate troppo strette per la persona che stiamo diventando.
L'Individuazione è quindi un processo di integrazione.
Significa compiere, nel corso della vita, un percorso attraverso il quale le diverse parti della nostra personalità possono progressivamente riconoscersi e trovare un rapporto più armonico tra loro.
Non consiste nel diventare qualcun altro.
Consiste nel diventare più interamente noi stessi.
Quando la ragione non basta
In questo viaggio Jung attribuisce grande importanza a strumenti apparentemente semplici: il disegno, la scrittura, l'immaginazione, le fiabe, i miti, i sogni e le immagini.
Non perché questi strumenti debbano sostituire il pensiero razionale.
Al contrario.
Possono affiancarlo, permettendo alla persona di avvicinarsi a quei contenuti interiori che spesso non riescono a esprimersi attraverso il linguaggio abituale.
A volte una persona sa raccontare perfettamente ciò che le sta accadendo, ma non riesce ancora a comprenderne veramente il significato.
Poi prende un foglio e disegna.
E qualcosa cambia.
Non necessariamente perché il disegno sia “bello” o perché debba essere interpretato secondo regole prestabilite.
Ma perché, attraverso l'immagine, può emergere qualcosa che le parole non riuscivano a dire.
Lo stesso può accadere attraverso la scrittura spontanea, attraverso una fiaba, un mito, un'immagine evocata nell'immaginazione o una storia nella quale, improvvisamente, ci riconosciamo.
Un incontro con se stessi
Avvicinarsi al pensiero di Jung significa, in fondo, accettare un'idea semplice ma profonda:
dentro di noi esiste più di ciò che sappiamo di noi stessi.
La nostra storia personale è importante, ma non esaurisce ciò che siamo.
Dietro le nostre abitudini possono esserci bisogni antichi.
Dietro una paura può esserci una parte di noi che chiede di essere ascoltata.
Dietro un conflitto può nascondersi qualcosa che la coscienza non ha ancora integrato.
Dietro un'immagine ricorrente può esserci una domanda.
Il lavoro interiore non consiste quindi nel cercare immediatamente una risposta.
A volte consiste nel fermarsi davanti a quella domanda.
Ascoltarla.
Lasciarle uno spazio.
E permettere che sia la parte più profonda di noi a mostrarci, lentamente, dove conduce.
Forse è questo uno dei messaggi più attuali dell'eredità di Jung: conoscere se stessi non significa soltanto scoprire chi siamo stati, ma permettere a ciò che possiamo diventare di emergere.
Il viaggio verso il Sé non è un viaggio verso una meta definitiva.
È un percorso.
E, forse, la sua direzione più autentica non è diventare ciò che gli altri si aspettano da noi, ma avvicinarci, passo dopo passo, a quella persona che da sempre siamo stati e che ancora non conosciamo completamente.